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Genetica ed Epigenetica: predestinazione o libero arbitrio in ambito biologico?

Genetica ed Epigenetica: predestinazione o libero arbitrio in ambito biologico?

Dott. Roberto Moneta

Dott. Stefano Moneta

Genetica ed Epigenetica: predestinazione o libero arbitrio in ambito biologico?
Sono trascorsi pochi giorni dal 67mo anniversario della scoperta del Dna. Era il 25 aprile 1953 e Watson e Crick, poi insigniti del Premio Nobel, presentavano al mondo la famosa doppia elica. Da allora in poi le conoscenze si sono ampliate e l’intero codice genetico umano, all’epoca continente inesplorato, è stato mappato.
Tutti noi conosciamo il DNA, quantomeno per sentito dire. Basta accendere la tivù su un poliziesco. È la parte delle nostre cellule che “parla di noi”, che ci definisce in contrapposizione agli altri, che certifica la nostra unicità. Tant’è che la scientifica lo usa come prova.

Ma cos’è, precisamente, il Dna e cosa stabilisce?
È una molecola complessa e misteriosa che ha dato adito a una forte spaccatura fra gli scienziati.
Alcuni, come il suo scopritore Crick, hanno generato una corrente di pensiero detta “riduzionista” secondo cui la vita non sarebbe altro che la trasposizione delle informazioni genetiche sul piano biologico. Altri, capitanati da Waddington, hanno portato avanti un’idea “sistemica”, in cui le informazioni rappresentano solo una parte della vita, la quale non è predeterminata, ma scaturisce dall’interazione fra l’individuo e il suo ambiente.
Prima di inoltrarci nel dibattito, però, conosciamo meglio questa molecola.
Il DNA
Tecnicamente è l’acido desossiribonucleico, presente nel nucleo di ognuna delle nostrecellule. La struttura è a due filamenti intrecciati tenuti insieme da legami chimici specifici. È costituito da quattro tipi di basi azotate che si ripetono per tutta la lunghezza, ognuna unita a uno zucchero e a gruppi atomici contenenti fosforo. Le basi sono sempre legate a coppie: la citosina con guanina e l’adenina con la timina. Il Dna racchiude tutte le informazioni all’interno dei cromosomi (agglomerati di Dna) a loro volta suddivisibili in geni, porzioni più o meno lunghe di sequenze di basi.
Se volessimo fare un’analogia, potremmo pensare al Dna come alla tastiera di un pianoforte e alla variabilità infinita delle sue informazioni come alle musiche chepotrebbero essere suonate. Le note sono le stesse, ma la melodia può essere molto diversa.
Ciò significa che pur essendo ristretto il materiale di partenza (in termini di tipologie di basi, non di numero di combinazioni!), da quello stesso materiale possono scaturire prodotti infiniti.
Il Dna umano è costituito da circa tre miliardi di basi azotate. Sì, tre miliardi, avete capito. Ma come si passa dalla chimica a qualcosa di vivo? Come si traduce una sequenza di basi in un organismo vivente?
Serve qualcuno che suoni il pianoforte.
RNA messaggero (mRNA)
L’Rna (acido ribonucleico) è ”il fratello” del Dna, ma con struttura e funzioni ben distinte. Intanto è un singolo filamento e il suo compito non è di “contenere” le informazioni bensì di renderle accessibili, affinché vengano convertite in proteine.
L’informazione contenuta nel Dna di per sé sarebbe inutile, un po’ come la tastiera se nessuno la suona. Per sopperire a ciò, quando la cellula ne ha necessità (riproduzione, stimoli metabolici, biochimici e ambientali) entra in funzione un enzima che taglia e separa un tratto dei due filamenti e, prendendo come stampo una sequenza di basi, su di essa costruisce un filamento di RNA.
Terminato il processo, il Dna viene “ricucito” e l’Rna innesca la sintesi proteica, come in una catena di montaggio. La proteina svolgerà la sua funzione, la stessa che era “quiescente” nel Dna.
TEORIA RIDUZIONISTA
La corrente di pensiero conseguente alla scoperta di Watson e Crick viene detta riduzionista o anche determinista, perché “declassa” la vita ad una sequenza di informazioni archiviate negli acidi nucleici.
Ogni caratteristica di un vivente corrisponde a un gene del suo Dna (sequenza di basi).
Citando Bottaccioli, secondo tale visione “ si presuppone che le cause e gli effetti siano legati da leggi lineari che possono essere invertite nel tempo e che quindi consentano di ricostruire all’indietro le condizioni iniziali di un fenomeno.. “ e poi ancora “ ..la ricerca delle cause segue la procedura analitica che consente di scendere dal complesso al semplice con l’obiettivo di trovare a questo livello i determinanti molecolari “.
Come dire, conoscendo il gene si può prevederne il prodotto e, nel caso sia esso qualcosa di patologico, intervenire preventivamente.
Ciò significa che è possibile stabilire in anticipo quali caratteristiche svilupperà un individuo in ogni ambito del suo essere: biologico, patologico, psicologico e comportamentale. Proprio questo scopo è stato centrale per il cosiddetto “Progetto Genoma”, l’ambizioso sogno dei genetisti dei primi anni Duemila che si sono adoperati per conoscere il Dna in ogni suo frammento. L’idea era appunto di scovare, nelle sequenze geniche, i singoli tratti di una caratteristica e di identificarla attraverso uno studio allargato su un numero il più possibile ampio di campioni.
Vi faccio un esempio: la depressione (ma avrei potuto scegliere il diabete, l’autismo, la fibrosi cistica o qualsiasi altra problematica).
Se volessi sapere se esista un rapporto tra depressione e un determinato gene (e quindi effettuare mosse preventive) non dovrei far altro che raccogliere campioni genetici di pazienti depressi e confrontarli con altrettanti campioni di soggetti sani. Evidenziando le difformità, potrei scoprire la causa genetica della malattia.
Questo ovviamente non solo per le patologie, ma per qualunque caratteristica biologica, psicologica e comportamentale (altezza, intelligenza, orientamento sessuale, talento per determinate discipline etc).
L’idea è che il portatore di un determinato gene sviluppi quell’informazione perché “destinato a farlo”, mentre al contrario chi non lo abbia sia tutelato (o sfavorito, se trattasi di potenzialità positiva).
I figli di Brad Pitt e Angelina Jolie, per esempio, saranno anche loro bellissimi?
La risposta è non per forza. (e non solo perché sono adottivi :-))
La teoria riduzionista deve fare i conti con evidenze secondo le quali la maggior parte delle caratteristiche umane (es. l’intelligenza) non fanno capo ad un singolo gene, ma siano “poligeniche” e soprattutto scaturiscano dalle sollecitazioni ambientali, vale a dire da quanto quel gene venga o non venga stimolato ad esprimersi.
L’esempio più lampante sono i gemelli monozigoti (ossia aventi identico codice genetico) i quali, pur essendo individui esattamente uguali, non sviluppano le stesse malattie né le stesse caratteristiche se lo stile di vita è differente. Ciò vuol dire che l’interazione con l’ambiente ha la sua preponderanza. Viene quindi da annuire all’affermazione/battuta secondo cui caratteristiche complesse (come ad esempio il quoziente intellettivo) non facciano capo solo al codice genetico, ma anche a quello postale (non conta solo il dna ma l’educazione, la famiglia, il livello scolastico, economico etc.. ).
Quindi?
Passiamo all’altro lato della medaglia, quello del modello epigenetico.
TEORIA SISTEMICA
Se per il Riduzionismo è il Dna a comandare e la vita si svolge secondo la sequenza Dna -> Rna -> proteina, l’Epigenetica si avvale di prove e scoperte che sgretolano tale teoria.
Per esempio:
  1. di tutto il Dna umano, soltanto l’1% è codificante. Ciò significa che il restante 99% svolge altre funzioni. Basterebbe ricordare che la natura non crea nulla per caso per mettere già in dubbio i paradigmi deterministi.
  2. un singolo gene può codificare per più proteine, non c’è una corrispondenza uno ad uno fra informazione e prodotto finale (splicing alternativo).
  3. microRna. Tipologie di RNA aventi azione inibitoria su altri Rna messaggeri, impedendo quindi al Dna di trasmettere le informazioni.
  4. proteine che attivano o disattivano le sequenze geniche, a riprova del fatto che la cascata non è verticale dal Dna in giù, ma avviene anche in senso inverso.
Limitandoci al punto uno, la maggior parte del Dna non codifica per proteine ma ha attività biochimica, producendo tipologie di RNA con funzioni regolatorie ed epigenetiche, funzioni che sarebbero alla base dei meccanismi evolutivi.
Pensiamo ad esempio al rapporto fra uomo e scimpanzè. Concordando sul fatto che a volte la differenza è sottile (e non per merito degli scimpanzé), nonostante una sovrapponibilità della quasi totalità del genoma, possiamo affermare con relativa certezza che si tratta di esseri completamente diversi.
In termini numerici, dei famosi tre miliardi di basi, soltanto 30 milioni (l’1%) si differenziano fra le due specie. Ciò vuol dire che non contano i singoli geni, quanto la loro espressione. Veniamo dunque all’epigenetica.
EPIGENETICA
È lo studio dei cambiamenti dell’espressione genica non determinati da mutazioni e che possono essere ereditabili.
In parole accessibili: nel Dna sono racchiuse potenzialità evolutive che l’individuo può mettere in campo qualora l’ambiente lo stimoli a farlo; tali potenzialità possono essere trasmesse alle generazioni successive.
L’Epigenetica quindi descrive una serie di cambiamenti adattativi che possono essere sia fisiologici che patologici. Tali cambiamenti sono reversibili.
Gli effetti dell’epigenetica sono riscontrabili in tutte le fasi di vita di un organismo, a partire dalla fecondazione, continuando nell’embrione e poi nell’individuo pienamente formato e adulto.
La segnatura dettata dai meccanismi epigenetici andrebbe considerata come un nuovo assetto cellulare (funzionale o disfunzionale) che passa alle generazioni successive quando la cellula si divide. Tale assetto si stabilisce come risposta adattativa alle sollecitazioni ambientali.
Essendo preponderante l’interazione con l’ambiente (dove per ambiente è da intendersi non solo il contesto fisico in cui si vive, ma l’alimentazione, l’attività fisica, i rapporti umani di ogni tipo, la gestione dello stress, le emozioni etc.) va da sé che migliorarlo ha un impatto positivo sulla qualità della nostra salute.
Ecco perché oltre alle cure chimiche classiche prendono sempre più piede le cosiddette cure alternative, quelle che mirano a ristabilire l’equilibrio psico-emotivo dell’individuo.
Tanto per fare un esempio siamo circondati da decine di prodotti chimici (inquinanti, pesticidi, tensioattivi, conservanti e chi più ne ha più ne metta) che oltre a determinare tossicità diretta hanno la spiacevole caratteristica di agire in maniera più sottile, ossia a livello epigenetico. Sono quelle sostanze che la scienza definisce “Endocrine Disruptors”, che a lungo andare perturbano il funzionamento del sistema nervoso, endocrino ed immunitario.
E il danno non è solo per noi. Come anticipato, i cambiamenti epigenetici possono essere ereditabili e quindi trasmessi alle generazioni figlie (non ci stiamo intossicando soltanto noi, ma anche gli uomini di domani).
Se poi facciamo mente locale e ci rendiamo conto che ad ogni emozione che proviamo, il nostro cervello produce sostanze chimiche che hanno azioni a cascata su tutto l’organismo, viene da fare una considerazione.
L’ansia, la paura, la rabbia, la tristezza (..la lista è lunga.. ) possiamo percepirle fisicamente. Ci batte il cuore, si chiude lo stomaco, si gonfiano le vene, sale la pressione.. Questo perché produciamo trasmettitori che attivano determinate funzioni cellulari.
Più l’emozione è persistente, più le cellule si abituano sul nuovo assetto, che tenderà a divenire stabile e preferenziale ( ossia in condizioni simili, anche se meno intense, la cellula sceglierà quel tipo di reazione perché “abituata così” ) e trasmissibile. In letteratura fioccano studi sull’animale da laboratorio sottoposto a condizioni di stress la cui ansia o minore socialità si diffonde fino a tre generazioni con marcatura epigenetica. Non sono pochi nemmeno quelli inerenti la gravidanza o le prime fasi di vita di un neonato in cui “l’assetto emozionale” della madre in primis e della famiglia poi incide epigeneticamente sul nascituro, modulando l’asse dello stress in maniera scientificamente rilevabile.
La raccomandazione dietro a tali considerazioni è facilmente intuibile.
Se è l’ambiente a modulare il Dna e non il contrario, prendiamocene cura.
CONCLUSIONI
Quindi, che la pensiate come Crick – la vita è programmata nel codice genetico, siamo inscatolati nel nostro DNA – o come Waddington – la vita prende appunti sul genoma man mano che scorre – il mio consiglio è di curare il vostro ambiente.
È lo stile di vita che fa la differenza, un concetto in continua espansione. Se fino a qualche tempo fa ci si riferiva facendo menzione più che altro di alimentazione e attività fisica (la cui rilevanza permane), oggi sempre più scienziati e medici vi accorpano tutto ciò che fa parte dell’esistenza di una persona e che incide sul suo tenore.
Da quando l’uomo è comparso su questo pianeta ha sempre fatto i conti con il suo ambiente, ha modellato la natura e ne è stato modellato. L’interazione dura da millenni e durerà tutto il tempo in cui continueremo a popolare la Terra.
Negarlo equivale a bendarsi gli occhi, di qui il mio consiglio:
meditate, praticate ciò che vi appaga, ascoltate musica, scegliete il lavoro che fa per voi, frequentate persone a voi affini, limitate le preoccupazioni, insomma, vivete una vita il più possibile allineata alla vostra natura e che vi assicuri un benessere a trecentosessanta gradi.
Essere predisposti a una malattia non vuol dire contrarla, ma nemmeno il contrario.
Per la salute vostra e di chi verrà dopo di voi.

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L’infiammazione

L’infiammazione

Dott. Roberto Moneta

Dott. Stefano Moneta

L’INFIAMMAZIONE
Oggi vi voglio parlare di un processo, quello dell’infiammazione, spesso misconosciuto e 

considerato negativo. Quante volte vi siete sentiti “infiammati”, lamentando un certo fastidio ?Quante volte avete maledetto quella parte del corpo che vi faceva male?
Beh, fa tutto parte del gioco, anzi, è stata una fortuna.
Adesso vi spiego perché.
Innanzitutto le presentazioni.
Cos’è l’infiammazione?
È un processo fisiologico, un meccanismo di difesa non specifico che ha come scopo la guarigione e la ripresa funzionale di un tessuto danneggiato.

 

Questo in generale. Scendendo nel particolare posso dirvi che come un seminarista conosce i dieci comandamenti, un farmacista può enunciare i sintomi dell’infiammazione (esame di patologia, terzo anno – almeno ai miei tempi.. ).
Che, nella fattispecie, sono:
Dolor, Rubor, Calor, Tumor e Functio Laesa.
Prima di analizzarli, però,è bene farsi un’idea di cosa accada in realtà quando “qualcosa si infiamma”.
Il primo passo è il danno tissutale.
Mi spiego con degli esempi.
Andate a un concerto e cantate tutta la sera? La gola (il tessuto) si infiamma. State tutto il giorno sotto il sole senza protezione? La pelle (il tessuto) si infiamma. Inciampate e vi storcete una caviglia? Insomma, avete capito.
Una volta avvenuto il danno cosa si verifica? Che i vasi sanguigni di quel determinato punto (distretto, se vogliamo darci un tono) si dilatano e dal torrente circolatorio si riversa una serie di mediatori dell’infiammazione nel tessuto circostante (immaginate una conduttura che perde e che lascia filtrare liquido intorno). Questi mediatori – citochine – servono da richiamo per altre sostanze infiammatorie e nel tempo per cellule del sistema immunitario. In questa maniera si chiariscono i sintomi:
Dolor: la parte infiammata inizia a far male, colpa di sostanze “algogene” (che creano dolore) che sensibilizzano le terminazioni nervose, che a loro volta portano lo stimolo al cervello, rendendolo percepibile (il che è un bene e una protezione, se immaginate di afferrare una padella che scotta e di lasciarla immediatamente proprio per via del dolore).
Rubor: la parte si arrossa, stretta conseguenza del richiamo di sangue che affluisce.
Calor: la parte “si infiamma”, cioè si riscalda, proprio perché il sangue genera calore.
Tumor: si crea edema, ristagno, gonfiore, per via del fatto che si accumula plasma (la cui finalità è anche diluire, cioè rendere inoffensive le eventuali tossine presenti; pensiamo a cosa accade per una puntura di insetto).
Functio laesa: perdita di funzionalità. La voce scompare, la pelle tira, la caviglia non ci permette di appoggiare il piede a terra; in pratica siamo impediti nel fare le cose con normalità.
Ma arrivati a questo punto, possiamo dire che l’infiammazione sia un bene?
Ci vuole un’ulteriore precisazione.
Non esiste un solo tipo di infiammazione, ma ne esistono due.
L’infiammazione acuta e l’infiammazione cronica.
L’infiammazione acuta è quanto vi ho descritto finora. La sequenza è
Danno tissutale, infiammazione, riparazione del danno, guarigione. Il tutto in un ristretto lasso di tempo (qualche giorno). Questo è il processo infiammatorio nel suo svolgimento consueto.
L’infiammazione cronica invece si differenzia per la durata, molto maggiore e per il peggioramento progressivo del problema, proprio perché la mancata guarigione prolunga i tempi e incrementa le difficoltà di risoluzione. Questo tipo di infiammazione si verifica in determinate patologie o condizioni cliniche ma anche in virtù del fatto che a volte l’infiammazione acuta non viene “gestita” nel modo corretto.
In questo caso si instaura un circolo vizioso fra danno e riparazione. Le cellule deputate alla risoluzione del problema (immunitarie) possono diventare la causa stessa del danno (un esempio sono le patologie autoimmuni, in cui tali cellule non distinguono fra ciò che devono distruggere e ciò che devono preservare). In altri casi è il processo acuto che viene interrotto perché viene stroncato anziché essere “supportato”.
Mi dilungo in una breve anticipazione di un articolo che pubblicheremo prossimamente accennando al fatto che già di per sé, ogni giorno, noi ci infiammiamo continuamente. Il nostro organismo consuma risorse e distrugge tessuti, mentre li ripara e reintegra le sostanze di sera. L’infiammazione è un meccanismo fisiologico che si verifica anche quando non sentiamo sintomi (ovviamente in maniera più lieve). Senza infiammazione andremmo in uno stato di continua usura, capite quindi che è consigliabile “favorire” l’infiammazione anziché contrastarla.
Farmaci antinfiammatori.
Li abbiamo usati tutti, alcuni di noi ne abusano.
Finalità? Disinfiammare, toglierci di dosso quei fastidiosi sintomi di cui vi ho parlato all’inizio. Ne esiste un’ampia gamma, sono i cosiddetti FANS – farmaci antinfiammatori non steroidei.
Inibitori della COX (ciclossigenasi)
Questi farmaci esercitano un’azione di blocco (inibizione) su una proteina, la Ciclossigenasi, un enzima che partecipa ai meccanismi infiammatori producendo sostanze chiamate prostaglandine a partire dall’acido arachidonico, presente nelle membrane cellulari.
Inibire la COX significa fermare sul nascere l’infiammazione, riducendo gran parte dei sintomi ad essa correlati (dolore, febbre, aggregazione piastrinica). Il problema nasce da un fatto: la COX esiste in più forme (varianti), ognuna con specifiche caratteristiche.
La COX-1 è presente in molti tessuti e sempre attiva anche in condizioni di omeostasi. Il suo è un ruolo regolatore a livello gastrointestinale, renale e piastrinico (fluidificazione del sangue); la COX -2 invece si attiva solo in corso di infiammazione per generare appunto mediatori infiammatori. La maggior parte dei FANS blocca non selettivamente la COX-1, con la conseguente comparsa di effetti collaterali piuttosto noti (su tutti, la gastrite da antinfiammatori). Fanno parte di questa classe: acido acetilsalicilico, ibuprofene, naprossene, ketoprofene e altri. Nel tempo sono stati creati degli inibitori selettivi della COX-2, il cui utilizzo però non è libero ma subordinato a prescrizione medica; questi farmaci bloccano selettivamente l’enzima attivo solo in corso di infiammazione e vengono utilizzati nella cura di patologie croniche dovute ad infiammazione.
Caso a parte è quello del paracetamolo che esplica più che altro azione antipiretica (riduzione della febbre) e analgesica. La sua azione antinfiammatoria ridotta lo rende sì meno potente rispetto agli altri ma anche più sicuro e meno tossico (ricordiamo comunque che viene metabolizzato a livello epatico, per cui occorre non abusarne). Un suo sicuro pregio è la non interferenza nei processi fisiologici di recupero dal danno.
Quindi cosa è opportuno fare?
Distinguiamo.
Se la patologia è importante, cronica, o se i sintomi acuti sono seri, parola al medico e fine del discorso.
Se però il fastidio è lieve e non comporta più di uno sforzo di sopportazione, forse non è una cattiva mossa decidere di non neutralizzarlo. Il presupposto è che il corpo sa cosa fare molto meglio di quanto pensiamo di saper fare noi. Inoltre, riducendo la quantità e la frequenza di uso di farmaci, ci restano due vantaggi: meno chimica nell’organismo (con sentiti ringraziamenti da parte di fegato, stomaco e reni in primis) e maggiore efficacia al momento di un trattamento futuro (se a ogni minimo dolore buttiamo giù una pasticca, a lungo andare non ne trarremo lo stesso beneficio e tenderemo ad abusarne).
D’altro canto esistono numerosi prodotti ad azione antinfiammatoria di origine naturale (arpagofito, arnica, boswellia, mirra etc.. ) combinati in maniera tale da ridurre l’incidenza del sintomo senza però interferire sul processo di recupero. Ricorrere a prodotti simili anziché ai classici FANS può essere una valida strategia, magari consigliati sul come e sul quando da chi qualcosina la sa (dottor internet e i farmacologi della porta accanto lasciamoli stare), senza snobbare per partito preso l’omeopatia, che quanto ad efficacia regge spesso il confronto, per di più senza noie collaterali.
Un’ultima considerazione a parte sugli ENZIMI PROTEOLITICI
Un valido aiuto per accelerare la risoluzione di un’infiammazione sono queste sostanze di origine naturale, le più famose BROMELINA e PAPAINA.
La prima viene estratta dall’Ananas, la seconda dalla Papaya; entrambe hanno la capacità di “digerire” i detriti infiammatori, quell’accumulo di sostanze che si crea durante il processo di guarigione e che, se non rimosso nei tempi giusti, innesca il circolo vizioso dell’infiammazione cronica. Queste sostanze aiutano ad eliminare il ristagno di liquidi che crea edema e dolore attraverso un meccanismo in cui è coinvolta una proteina plasmatica, l’alfa-Marcoglobulina.
Si tratta di una proteina ubiquitaria che circola nel sangue ed è adibita al trasporto di sostanze pro-infiammatorie. Queste sostanze vengono “catturate” da questa proteina, che le lega e le rimuove dal sito infiammatorio proprio grazie all’azione di bromelina e papaina, che agganciandosi alla struttura proteica ne modificano la conformazione aumentandone l’affinità per le prostagliandine.
Spesso snobbati – o peggio, non conosciuti – questi due enzimi risultano di notevole aiuto nella cura di patologie infiammatorie con il non trascurabile vantaggio di favorire anche la digestione gastrica, solitamente complicata dall’impiego dei farmaci antinfiammatori. Affiancarli a una cura sintomatica non è solo una mossa utile, ma intelligente.

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COLESTEROLO:NEMICO PUBBLICO O ALLEATO?

COLESTEROLO:NEMICO PUBBLICO O ALLEATO?

Dott. Roberto Moneta

Dott. Stefano Moneta

COLESTEROLO:NEMICO PUBBLICO O ALLEATO?

Nell’era della medicina preventiva, in ogni esame del sangue che si rispetti non può mancare la voce “colesterolo”. Al suo valore guardiamo con un misto di timore e imbarazzo, un po’ per la nomea di malfattore della salute, un po’ perché vederlo in neretto svela i nostri peccati di gola e ci mette a disagio con chi “predica” per il nostro benessere.Ma il colesterolo è davvero così cattivo come lo si dipinge?
Partiamo da un paio di presupposti.

Primo
Non esiste nulla in natura, dalla molecola più semplice al più complesso essere vivente, che non abbia il suo ruolo e la sua ragione di esistere. Quindi se Madre Natura ha “inventato” il colesterolo un motivo ci sarà.
Secondo
Qualunque sostanza, perfino la più innocua e indispensabile come l’acqua, può essere farmaco o veleno in dipendenza della dose in cui viene impiegata; parola di farmacista.
Ora, il ruolo del colesterolo nella genesi di patologie cardiovascolari è indiscusso. Ipertensione, aterosclerosi e malattie c

ardiache derivano spesso da un mix di concause fra le quali il colesterolo è il più delle volte annoverato. Una sua quota eccessiva nel sangue fa sì che si depositi nella parete interna dei vasi alterandola, portandola a degenerazione e riducendo l’afflusso di sangue ai tessuti interessati. Vero è che bisogna distinguere fra il cosiddetto “colesterolo buono” e quello “cattivo”. Il colesterolo viaggia infatti nel sistema circolatorio trasportato da particolari proteine che lo legano e lo veicolano. Queste proteine possono essere ad alta o a bassa densità (HDL e
LDL rispettivamente) e più che il valore totale di colesterolo è importante il loro rapporto relativo, migliore se spostato verso le prime (nonostante le direttive sempre più restrittive delle linee guida della salute, in cui i valori di colesterolo considerati accettabili scendono sempre di più).

Il colesterolo è spesso associato a cattiva alimentazione, ma pochi sanno che la maggior parte di quello che circola nei nostri vasi è di nostra produzione (sul totale la quota introdotta con la dieta si aggira intorno al 15-20%; il resto origina dal fegato), pertanto selezionare gli alimenti è essenziale ma, se i valori sono alti, non sufficiente.
Bisogna intervenire sullo stile di vita riducendo i fattori di rischio (fumo, alcolici, scarsa attività fisica, iperglicemia, obesità) tenendo presenti quelli intrinseci (familiarità alle dislipidemie e al diabete, alti valori di omocisteina etc) e, qualora non basti, intervenire terapeuticamente. Sì, ma in che modo? A questo punto la strada biforca, ci si può avvalere di farmaci o di integratori.

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Quelli più conosciuti e utilizzati, le statine, agiscono sul colesterolo endogeno, vale a dire sulla quota sintetizzata dal fegato.

Il meccanismo è l’inibizione della sintesi, ovvero il blocco della catena di montaggio che, partendo da substrati semplici, porta ad assemblare la complessa molecola del colesterolo. Il problema che si pone però è duplice.
Da un lato il colesterolo non svolge solo attività “insidiose” per la salute ma, tanto per dirne una, è un componente essenziale delle membrane cellulari, i rivestimenti che avvolgono tutte le cellule del nostro organismo, che regolano l’assorbimento e l’eliminazione delle sostanze e la ricezione dei messaggi che coordinano le funzioni cellulari. Senza colesterolo le membrane perdono fluidità e con essa la capacità di lavorare al meglio con conseguenze facilmente intuibili per le cellule. Va inoltre considerato che dal colesterolo deriva una lunga serie di ormoni steroidei: ormoni sessuali (androgeni e estrogeni), ormoni glucocorticoidi (per il corretto metabolismo degli zuccheri), ormoni mineralcorticoidi (per l’equilibrio idrico e salino dell’organismo).

D’altro canto, insieme al colesterolo il fegato sintetizza un’altra molecola indispensabile, il Coenzima Q10. Questa sostanza svolge le sue funzioni all’interno delle cellule, nei mitocondri, organi responsabili del corretto utilizzo dell’energia cellulare per tutte le attività vitali. Bloccare la sintesi del colesterolo significa impedire che si formi il Coenzima Q10, la cui carenza può manifestarsi nel tempo o nell’immediato, ad esempio con la comparsa dei tipici dolori muscolari da statine, che costringono a rivedere la terapia o ad abbinare un integratore che lo contenga.

INTEGRATORI
Il panorama è ampio e variegato. Molte sono le scuole di pensiero e la maggioranza delle obiezioni concerne la loro efficacia,

sicurezza, tollerabilità. Vale la pena sottolineare c h e g l i s t e s s i f a r m a c i i n v o g a p e r l a c u r a dell’ipercolesterolemia traggono origine dai rimedi  naturali. La Monacolina, sostanza isolata dal riso rosso fermentato, è la base dalla quale i chimici di laboratorio si sono sbizzarriti per produrre le molecole di sintesi.
L’essenziale è verificarne la provenienza, la purezza e la concentrazione, per questo è importante affidarsi ad aziende serie ed accreditate e a professionisti informati e non agli specchietti per allodole che affollano la rete e le pagine delle presunte riviste salutistiche. La citrinina, ad esempio, un contaminante derivante dai processi di lavorazione del riso rosso, è assente solo in una gamma ristretta di prodotti. Per quanto riguarda la concentrazione è bene utilizzare solo integratori che la specificano, non lesinando sulla titolazione dell’estratto impiegato e sull’effettiva percentuale delle molecole attive. Il vantaggio dei prodotti naturali in confronto ai farmaci è

’inclusione in un unico prodotto di una vasta gamma di componenti che rafforzano e completano l’azione di quelli più specifici: prodotti a sostegno del fegato (acidi caffeilchinici), del tessuto adiposo, del rapporto HDL-LDL (berberina), ad azione ipoglicemizzante (es. acido corosolico), di riduzione dei livelli di omocisteina nel sangue (acido folico e vitamine del gruppo B) oltre che lo stesso Coenzima Q10, così da contrastarne l’inevitabile carenza indotta. Il colesterolo non è “cattivo” di per sé, ma solo in determinate concentrazioni, se accompagnato
da particolari condizioni e abitudini. Migliorare lo stile di vita è la prima mossa; curare l’alimentazione la seconda; scegliere la cura più giusta (maggiore efficacia di pari passo al minor numero di controindicazioni possibili) l’ultima.

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PROTEZIONI GASTRICHE: COME, QUANDO E PERCHÉ

PROTEZIONI GASTRICHE: COME, QUANDO E PERCHÉ

Dott. Roberto Moneta

Dott. Stefano Moneta

PROTEZIONI GASTRICHE: COME, QUANDO E PERCHÉ.
Vi siete mai chiesti quali siano i farmaci più utilizzati in Italia? Io sì. Sono andato a curiosare nei dati ufficiali e ho trovato conferma alle mie temute ipotesi.
Secondo il rapporto di Federfarma – anno 2018 – fra le prime dieci molecole per numero di prescrizioni ben tre sono protezioni gastriche, con il Pantoprazolo primo assoluto (oltre tre milioni e duecentomila pezzi), il Lansoprazolo sesto (un milione ottocentocinquantamila pezzi) e l’omeprazolo settimo (circa diecimila pezzi in meno del precedente). Totale: oltre sette milioni di scatole, senza considerare le molecole “minori” (esomeprazolo, rabeprazolo). In pratica un italiano su sei ne fa uso, con la proporzione che sale escludendo bambini, ragazzi e giovani, categorie generalmente più in salute.
La domanda è legittima, oltre che spontanea: non è che ne staremo abusando?
Prima di tirare le somme, però, conosciamoli meglio.
CHI SONO?
Volgarmente li chiamiamo gastroprotettori, salvastomaco, antiacidi, ma se volessimo essere scientifici li definiremmo Inibitori di Pompa Protonica (PPIs, in inglese). Sono molecole che modulano la secrezione acida dello stomaco, anzi la inibiscono. Come? Bloccando il sistema enzimatico della Sodio-Potassio-ATPasi, una proteina della membrana delle cellule parietali (che secernono acido cloridrico nello stomaco) ed alzando così il ph, riducendo quindi l’acidità. Il meccanismo è irreversibile, il che vuol dire che, una volta bloccato l’enzima, la cellula non può riutilizzarlo ed è costretta a sintetizzarlo daccapo. Questo rende conto del problema che, qualora una lunga terapia venga sospesa bruscamente, si verifichi una gastrite di rimbalzo dovuta all’adattamento dell’organismo in risposta al farmaco (per contrastare il calo di acidità indotto, nel tempo, le cellule sintetizzano più enzimi).
Ma è giusto ricorrere a questi farmaci per periodi prolungati?
ACIDITÀ GASTRICA
La secrezione acida dello stomaco svolge funzioni importantissime.
In primis disinfetta tutto ciò che viene ingerito (microrganismi degli alimenti o deglutiti in genere) proteggendo così dalle aggressioni microbiche.
Scinde i cibi in porzioni più piccole, facilitandone la digestione e l’assorbimento.
In tal modo agevola la captazione di ioni bivalenti quali magnesio, calcio e ferro, presenti in tutti i tessuti e coinvolti in innumerevoli processi (contrazione muscolare, mineralizzazione ossea, trasporto di ossigeno nel sangue solo per citare i più comuni); attiva il pepsinogeno (sostanza rilasciata dalle stesse cellule gastriche) trasformandolo in pepsina, che scinde gli alimenti proteici e permette l’assorbimento degli aminoacidi e collabora con il fattore intrinseco, secreto sempre dalle cellule dello stomaco, per l’assorbimento della vitamina B12, essenziale per la corretta maturazione del globuli rossi nel midollo osseo (la cui carenza si manifesta in anemia).
La secrezione di acido cloridrico da parte dello stomaco ha quindi parecchi ruoli chiave, ma in condizioni particolari può subire delle alterazioni e generare sintomi e fastidi.
Se per esempio si è costretti (o abituati) ad usare spesso farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS: acido acetilsalicilico, ketoprofene, ibuprofene, naprossene etc), la conseguenza primaria è una riduzione di muco protettivo sulla parete gastrica, con conseguente sovraesposizione diretta all’acido. In tal senso gli inibitori di pompa – per brevi periodi! – hanno efficacia nel diminuire gli effetti collaterali. Stessa cosa in caso di antibiotici, cortisonici o di qualunque altra terapia che presenti tossicità diretta sullo stomaco (anche in caso di politerapie, ossia cure con un numero alto di medicinali, in cui il gastroprotettore viene impiegato come tampone agli effetti negativi degli altri).
Gastriti, ulcere, ernia iatale e reflusso gastroesofageo sono altre condizioni patologiche per le quali è previsto uso di PPIs.
E PER I TRATTAMENTI A LUNGO TERMINE?
Qui il discorso cambia. Premesso che ogni condizione clinica va valutata dal medico curante il consiglio è, laddove possibile, di ridurre al minimo la terapia con inibitori di pompa. Ciò può significare sia la sostituzione con prodotti in grado di garantirne gli effetti terapeutici limitando quelli nocivi, sia l’alternanza con prodotti del genere, in modo da non sottoporre l’organismo alla costante azione dei medicinali.
Questo per una serie di ragioni.
1 – È bene sottolineare che una maldigestione gastrica delle proteine comporta un’induzione della crescita della flora batterica intestinale anaerobica che approfitta del maggior quantitativo di proteine indigerite per proliferare. L’aumento di tali batteri a sua volta scatena un rilascio eccessivo di metaboliti tossici azotati quali indolo e scatolo, spesso correlati alla degenerazione neoplastica delle cellule intestinali. Oltre a ciò, un’assimilazione carente nel tempo di aminoacidi ha ripercussioni sulla massa muscolare, quindi sulle capacità motorie e di lavoro dell’organismo (deambulazione, forza, resistenza) ma non solo i muscoli sono fatti di proteine.. L’emoglobina, che trasporta ossigeno nel sangue, è una proteina. Gli enzimi digestivi sono proteine. Alcuni ormoni sono proteine (insulina e glucagone, ormone della crescita, ormoni tiroidei etc..). Da ciò si evince che ridurre l’assorbimento di tali nutrienti per un’alterazione dei processi digestivi può avere nel tempo gravi e complesse conseguenze.
2 – Equilibrio acido base. Il nostro organismo, e nella fattispecie ciascun tessuto può mantenersi in equilibrio e svolgere le proprie funzioni al meglio in specifiche condizioni di ph. Il Ph è un valore che esprime il grado di acidità di una soluzione, vale a dire il suo contenuto di ioni idrogeno. In condizioni normali, l’organismo si avvale dei cosiddetti sistemi tampone, molecole la cui attività è quella di mantenere nei giusti intervalli il valore di ph dei tessuti al variare delle condizioni. Alimentazione, stress, uso di farmaci sono solo alcuni dei continui stimoli a cui sono chiamati a rispondere i sistemi tampone. L’uso prolungato e massiccio di protettori gastrici altera l’equilibrio generale acido base a causa della diminuzione dell’assorbimento di ioni bivalenti quali il calcio, il magnesio e il ferro. Il calcio regola la contrazione muscolare (muscoli scheletrici, cuore e muscolatura liscia di visceri e vasi) e la mineralizzazione ossea. Alterare l’equilibrio acido base organico comporta in tal senso una perdita di massa ossea diretta (ridotto assorbimento) ma anche indiretta (il sistema tampone del sangue, il cui ph ha possibilità di oscillazioni minime, fa sì che dall’osso vengano richiamati fosfati – che l’osso venga eroso). Il magnesio ha invece azione rilassante sulla muscolatura (tipico sintomo di carenza è la comparsa di crampi), ma oltre a ciò regola il tono dell’umore, il sonno, previene cefalee muscolo-tensive ed è un cofattore essenziale nel mantenere in salute l’apparato generale femminile (l’utilizzo nei disturbi del ciclo è più che riconosciuto, ma ancora sottostimato). Il ferro infine è il componente chiave del Gruppo Eme, una struttura legata all’emoglobina e coinvolta nel trasporto di ossigeno dal polmone ai tessuti, partecipa al metabolismo degli acidi nucleici ed è un mediatore importante dell’infiammazione.
3 – Effetto rebound. L’uso prolungato di PPIs comporta una sorta di schiavitù da farmaco. Per il motivo che spiegavo sopra (blocco enzimatico irreversibile dell’enzima produttore di acido, con conseguente aumento di produzione da parte delle cellule gastriche), abbandonare una terapia farmacologica a base di protezioni gastriche è spesso difficile. Se la sospensione è netta infatti si verifica spesso una gastrite di rimbalzo addirittura più intensa dei sintomi che hanno indotto a iniziare la cura. Questo effetto negativo si ripercuote nella necessità da parte del paziente di continuare la cura, con le conseguenze che ho descritto e un’aggiunta sfiducia verso metodi di cura alternativi. Sarebbe consigliabile scalare progressivamente le dosi o la frequenza di somministrazioni (ripeto, avvalendosi SEMPRE E COMUNQUE del parere del medico e non facendo mai di testa propria) e/o alternarle con prodotti diversi. Ci tengo a ricordare che il nostro organismo è una macchina perfetta e che in condizioni di equilibrio (fisico, psichico ed emotivo) ognuno di noi “digerisce anche i sassi”. Quindi, a meno di malformazioni o disfunzioni genetiche a carico dello stomaco, prima di intraprendere una terapia per l’acidita o il reflusso sarebbe opportuno indagare sui “perché” si verifichino certi problemi. Le motivazioni potrebbero essere molte, ma spesso si tende a cercare il sollievo immediato (per insofferenza verso il sintomo) anziché quello duraturo. Il reflusso ad esempio si verifica per la mancata o incompleta chiusura del cardias, la valvola che si trova in fondo all’esofago e che tende a rimanere dilatata in condizioni di stress (più lo stress è intenso e prolungato, più il rischio di reflusso aumenta). Rimuovere le cause dello stress, o vivere la fase stressante con una diversa consapevolezza e sopportazione sarebbe di per sé una cura non meno utile dei farmaci.
COME COMPORTARSI?
Alla fine di tutto, quindi, qual è la strategia più corretta?
Di sicuro non prendere mai nulla sottogamba e se i sintomi sono pesanti o improvvisi, consultare sempre il medico che valuterà in base alle sue conoscenze le mosse più opportune.
In generale, il mio consiglio è di ascoltare il più possibile il nostro corpo che, attraverso il sintomo o la malattia, ci avvisa di ciò che non va, e quindi porre in atto uno stile di vita diverso che ci preservi da noie future. Come? Se parliamo di stomaco valutando attentamente lo stile alimentare (fior fior di professionisti specializzati sono lì pronti a darvi una mano) e ricorrendo a rimedi possibilmente innocui ma efficaci (la natura ci fornisce enormi quantità di sostanze) senza correre subito alla scelta apparentemente più risolutiva, quella del farmaco, ricordandoci che contrastare un sintomo non significa quasi mai guarire.
Come contrastare il raffreddore

Raffreddore, male delle mezze stagioni. Proprio in questo periodo ci attendono dietro l’angolo tosse, mal di gola, naso chiuso e voci rauche. Ma cosa dobbiamo chiedere in farmacia per combattere tutto questo?

Nella stragrande maggioranza dei casi, il raffreddore è un’infezione di semplice risoluzione, che tende a regredire spontaneamente nell’arco di una manciata di giorni; pertanto, non sono necessari trattamenti medici specifici per il raffreddore. Molto spesso in farmacia vengono chiesti prodotti per far passare il raffreddore. In realtà quello che si può fare è alleviare i sintomi del raffreddore, quindi quel fastidio di naso chiuso che non permette di respirare bene. Si può ricorrere a spray locali che vanno usati per un periodo di tempo limitato oppure a delle compresse che servono appunto per alleviare i sintomi del raffreddore.

 

Cosa Fare
  • Il riposo assoluto accelera i tempi di guarigione dal raffreddore
  • Coprirsi bene prima di uscire di casa con sciarpe e abbigliamento pesante (durante i mesi invernali e nelle stagioni intermedie)
  • Evitare sbalzi termici
  • Utilizzare umidificatori d’ambiente, utili per porre rimedio alla congestione nasale
  • Allattare il neonato preferibilmente con latte materno, importantissimo per rafforzare le sue difese immunitarie
  • Fluidificare il muco: in tal caso, l’irrigazione nasale con soluzioni saline risulta particolarmente indicata
  • Avvalersi dell’ausilio di vaporizzatori nasali od umidificatori, utili per favorire la fluidificazione del muco, dunque la liberazione dal naso chiuso

 

Cosa NON fare
  • Soffiarsi il naso sempre nello stesso fazzoletto: preferire fazzoletti di carta usa-getta
  • Fumare: il fumo, sia passivo che attivo, sembra inibire le difese immunitarie, predisponendo il soggetto alle infezioni, compreso il raffreddore
  • Assumere antibiotici senza prescrizione medica: a meno che non ci sia un’infezione batterica concomitante (es. mal di gola da streptococco piogene), la somministrazione di antibiotici contro il raffreddore è inutile, inefficace e superflua, dal momento che i patogeni coinvolti sono virus (e non batteri!)
  • Deglutire il muco
  • Dormire poche ore: si osserva che i soggetti che dormono poche ore durante la notte tendono ad ammalarsi più facilmente rispetto a quelli che dormono 6-8 ore per notte
  • Mettere le mani in bocca e nel naso

 

Cosa Mangiare
  • In presenza di raffreddore, è buona regola preferire alimenti semplici, sani e di facile digeribilità
  • Si consiglia di bere molti liquidi caldi, come tè, latte caldo, brodi e minestre
    Bere molti liquidi per evitare la disidratazione: il raffreddore è spesso accompagnato da episodi di diarrea e vomito
  • Sembra che anche l’abitudine a consumare yogurt con fermenti lattici vivi o comunque probiotici sia un ottimo rimedio per il raffreddore, poiché le difese immunitarie vengono potenziate.
  • Anche gli alimenti ricchi di vitamina C contribuiscono a proteggere l’organismo dal raffreddore

 

Cosa NON Mangiare
  • Bevande contenenti alcol: sembra che gli alcolici possano peggiorare il gonfiore della mucosa nasale, che spesso accompagna il raffreddore
  • Caffè e bevande contenenti caffeina: pare che questi alimenti predispongano il paziente colpito da raffreddore alla disidratazione

 

Cure Farmacologiche

Per la cura del raffreddore, non necessariamente è indispensabile assumere farmaci specifici: in genere, la malattia regredisce spontaneamente in pochi giorni. Ad ogni modo, la guarigione può essere velocizzata dall’assunzione ponderata di alcune specialità medicinali:

  • Decongestionanti nasali: Fenilefrina (es. Isonefrine, Fenil CL DYN), pseudoefedrina (es. Actifed, Actigrip), Oximetazolina cloridrato (es. Vicks sinex, Actifed nasale)
  • Farmaci per abbassare la febbre paracetamolo (es. tachipirina, efferalgan), ibuprofene (es. brufen, moment)
  • Antitussivi: nel caso il raffreddore fosse accompagnato anche da tosse. I farmaci più utilizzati a tale scopo sono: destrometorfano (es. Aricodiltosse) e bromexina (es. Bisolvon Linctus)
  • Vitamina C: discutibile l’effetto benefico della vitamina C ad alte dosi (2-10 grammi die, preferibilmente divisi in più dosi) per la cura del raffreddore.

 

Cure e Rimedi naturali

La suffumigazione è un rimedio naturale particolarmente efficace per velocizzare la guarigione in caso di raffreddore.

I suffumigi arricchiti con oli essenziali ad azione espettorante, disinfettante e balsamica regalano una percezione di conforto immediato dopo l’inalazione del vapore.

  • Eucalipto (Eucalyptus globulus Labill) → proprietà antinfiammatorie, espettoranti, balsamiche
  • Menta (Mentha piperita) → proprietà balsamiche, decongestionanti, anticatarrali
  • Limone (Citrus limon) → proprietà antisettiche
  • Arancio amaro (Citrus aurantium L. var. amara) → proprietà disinfettanti, antinfiammatorie, decongestionanti
  • Rosmarino (Rosmarinus officinalis) → proprietà balsamiche, espettoranti, antiossidanti

Tra gli altri rimedi naturali per il raffreddore non possiamo dimenticare lo straordinario potere terapeutico ricavato dagli estratti di alcune piante, quali:

  • Echinacea (Echinacea angustifolia) → proprietà antivirali, immunostimolanti, antibatteriche, antinfiammatorie (sotto forma di tisana, sciroppo, compresse)
  • Propoli → attività antimicrobica, antimicotica, antivirale
  • Abete (Abies pectinata DC) → proprietà anticatarrali e balsamiche
  • Sambuco (Sambucus nigra) → proprietà diaforetiche ed antinfiammatorie (sotto forma di tisana od infuso)
  • Spirea olmaria → proprietà antinfiammatorie e calmanti
  • Tiglio (Tilia cordata) → proprietà diaforetiche, blandamente sedative

 

Prevenzione
  • Porre particolare attenzione al lavaggio delle mani e all’igiene personale
  • Pulire i giocattoli dei bambini: i fanciulli tendono ad inserire in bocca tutti gli oggetti, che potrebbero essere sporchi e contaminati
  • Portare con sé salviette disinfettanti o formulazioni liquide specifiche (es. amuchina)
  • Se possibile, evitare di viaggiare in autobus o in treno con i bambini piccoli, molto più soggetti alle infezioni virali
  • Evitare quanto possibile ogni contatto con soggetti influenzati: anche uno starnuto od un colpo di tosse costituiscono veicoli per la diffusione dei virus del raffreddore

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DIFESE IMMUNITARIE: PERCHÉ ADESSO?

DIFESE IMMUNITARIE: PERCHÉ ADESSO?

Quando il nostro scopo è la prevenzione di una patologia o la modulazione di un sistema, è necessario iniziare il trattamento con il giusto anticipo, dando all’organismo il tempo di adattarsi e di mettere in atto le dovute risposte. Prepararsi a fronteggiare l’inverno, però, non sempre è sufficiente, se non si dispone di difese performanti già durante la mezza stagione, sempre più caratterizzata da temperature che oscillano tra alti e bassi e bruschi cambiamenti climatici. Tutto questo richiede al nostro corpo continui adattamenti e regolazioni, con conseguente dispendio di risorse e di energie.

Il freddo è uno degli agenti “stressanti” più comuni. Può essere considerato alla stregua di uno stress
in quanto costringe l’organismo ad alzare il proprio livello di performance, proprio come un esame o
un periodo più impegnativo di lavoro. Per tutta la durata dell’esposizione allo stress, l’organismo
risponde attivando gli ormoni stress-correlati e innescando meccanismi “di sopravvivenza”.
Terminata la fase di performance il sistema va in recupero per ripristinare quello che è stato
consumato nella fase precedente, ma per farlo dovrà avviare un processo infiammatorio, che sarà
più o meno intenso, proporzionalmente allo stress iniziale. Tanto più forte sarà stato lo stress, tanto
più violenta sarà l’infiammazione. E allo stesso modo , tanto più duraturo sarà stato lo stress,
altrettanto lo sarà la fase infiammatoria. Cosa comporta in questo frangente ricorrere all’uso di
farmaci antinfiammatori? Ciò che apparentemente potrebbe sembrare la soluzione del problema in

realtà si rivela una trappola. Spegnere il processo infiammatorio mette a tacere i sintomi, ma
impedisce al tessuto di completare il recupero, rendendolo più suscettibile ad ulteriori lesioni e
costringendo l’organismo a ripetere successivamente il processo infiammatorio nell’intento di
completarlo ( ecco il perché delle recidive ).
Ricordiamo inoltre che parallelamente all’infiammazione potranno svilupparsi sovrainfezioni virali o
batteriche, favorite dal ristagno di liquidi e di sostanze ad azione trofica nel tessuto interessato.
È ormai chiaro che preservare il benessere di una persona non significa semplicemente non farla
ammalare, ma garantire al suo organismo un equilibrio funzionale, molto più facile da mantenere che da ripristinare.

Ultimi spunti di riflessione sull’argomento
Il crescente e smodato uso di antibiotici sta creando grande preoccupazione a causa
dell’instaurarsi della resistenza. I batteri diventano sempre più refrattari all’effetto dei farmaci ,
provocando così infezioni difficili da debellare. L’Italia nella fattispecie detiene il primato a livello
europeo per numero di decessi dovuti ad antibiotico-resistenza. Si stima che ogni anno siano
10mila i morti per questo motivo e che per il 2050 le infezioni batteriche saranno la principale
causa di decesso. Paradossalmente anche chi non ha mai assunto antibiotici corre il rischio di
contrarre infezioni da batteri resistenti.
Allo stesso modo i vaccini antinfluenzali ogni anno ottengono una percentuale di insuccessi più o
meno alta ( stimata intorno al 35% ). Chiediamoci il perché. Come fa un vaccino creato con mesi di
anticipo ad offrire copertura nei confronti di virus soggetti a mutazioni?

A cosa servono gli anticorpi se non sono specifici per il nemico che si sta combattendo? Senza dimenticare che non tutte le patologie invernali con tropismo per le vie respiratorie vengono schermate dal vaccino

( otiti, tracheiti, tonsilliti ).
Ancora una conferma che la strategia vincente non potrà mai provenire dall’esterno, ma dovrà
stimolare sapientemente le nostre risorse innate.

Dott. Stefano Moneta

DIFESE IMMUNITARIE: PERCHÉ ADESSO?

Quando il nostro scopo è la prevenzione di una patologia o la modulazione di un sistema, è necessario iniziare il trattamento con il giusto anticipo, dando all’organismo il tempo di adattarsi e di mettere in atto le dovute risposte. Prepararsi a fronteggiare l’inverno, però, non sempre è sufficiente, se non si dispone di difese performanti già durante la mezza stagione, sempre più caratterizzata da temperature che oscillano tra alti e bassi e bruschi cambiamenti climatici. Tutto questo richiede al nostro corpo continui adattamenti e regolazioni, con conseguente dispendio di risorse e di energie.

Il freddo è uno degli agenti “stressanti” più comuni. Può essere considerato alla stregua di uno stress
in quanto costringe l’organismo ad alzare il proprio livello di performance, proprio come un esame o
un periodo più impegnativo di lavoro. Per tutta la durata dell’esposizione allo stress, l’organismo
risponde attivando gli ormoni stress-correlati e innescando meccanismi “di sopravvivenza”.
Terminata la fase di performance il sistema va in recupero per ripristinare quello che è stato
consumato nella fase precedente, ma per farlo dovrà avviare un processo infiammatorio, che sarà più o meno intenso, proporzionalmente allo stress iniziale. Tanto più forte sarà stato lo stress, tanto più violenta sarà l’infiammazione. E allo stesso modo , tanto più duraturo sarà stato lo stress, altrettanto lo sarà la fase infiammatoria. Cosa comporta in questo frangente ricorrere all’uso di farmaci antinfiammatori? Ciò che apparentemente potrebbe sembrare la soluzione del problema in realtà si rivela una trappola. Spegnere il processo infiammatorio mette a tacere i sintomi, ma impedisce al tessuto di completare il recupero, rendendolo più suscettibile ad ulteriori lesioni e costringendo l’organismo a ripetere successivamente il processo infiammatorio nell’intento di completarlo ( ecco il perché delle recidive ).
Ricordiamo inoltre che parallelamente all’infiammazione potranno svilupparsi sovrainfezioni virali o
batteriche, favorite dal ristagno di liquidi e di sostanze ad azione trofica nel tessuto interessato.
È ormai chiaro che preservare il benessere di una persona non significa semplicemente non farla ammalare, ma garantire al suo organismo un equilibrio funzionale, molto più facile da mantenere che da ripristinare.

Ultimi spunti di riflessione sull’argomento
Il crescente e smodato uso di antibiotici sta creando grande preoccupazione a causa
dell’instaurarsi della resistenza. I batteri diventano sempre più refrattari all’effetto dei farmaci ,
provocando così infezioni difficili da debellare. L’Italia nella fattispecie detiene il primato a livello
europeo per numero di decessi dovuti ad antibiotico-resistenza. Si stima che ogni anno siano
10mila i morti per questo motivo e che per il 2050 le infezioni batteriche saranno la principale
causa di decesso. Paradossalmente anche chi non ha mai assunto antibiotici corre il rischio di
contrarre infezioni da batteri resistenti.
Allo stesso modo i vaccini antinfluenzali ogni anno ottengono una percentuale di insuccessi più o
meno alta ( stimata intorno al 35% ). Chiediamoci il perché. Come fa un vaccino creato con mesi di
anticipo ad offrire copertura nei confronti di virus soggetti a mutazioni?

A cosa servono gli anticorpi se non sono specifici per il nemico che si sta combattendo? Senza dimenticare che non tutte le patologie invernali con tropismo per le vie respiratorie vengono schermate dal vaccino

( otiti, tracheiti, tonsilliti ).
Ancora una conferma che la strategia vincente non potrà mai provenire dall’esterno, ma dovrà
stimolare sapientemente le nostre risorse innate.

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